mercoledì 25 gennaio 2012

Lettera al mio professore.

(lettera immaginaria sullo stato della Giustizia in Italia)*

di Alessandro Continiello

Caro Professore,
sono a scriverLe per darLe, come da Sua cortese richiesta, le ultime novità sulla mia carriera universitaria.
Ho finalmente, e ripeto finalmente dopo quindici anni da ricercatore, vinto il  concorso per professore associato di diritto processuale penale.
Tecnicamente potrei definirmi un Suo collega, e so che Lei vorrebbe questo, ma La prego anticipatamente di non crearmi ulteriore imbarazzo: non ritengo di essere e mai sarò alla Sua altezza e, peraltro, desidero rimanere un Suo semplice discepolo.
Spero Le siano giunti i miei ultimi pensieri sullo stato della Giustizia nel nostro amato Paese: anelo un Suo giudizio prima di inviarli alla redazione del giornale per la stampa finale.
Come sa bene sono molto critico sulle ultime riforme, giacché non hanno assolutamente inciso sulla macchina giudiziaria che, allo stato, appare più un vecchio carrozzone.
Da ultimo la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità per la c.d.  carcerazione obbligatoria in caso di contestazione del delitto di omicidio: come peraltro già compiuto in precedenza con altra sentenza, dichiarando in contrasto con la nostra amata Costituzione, il carcere per i reati sessuali ed ancora per l'aggravante prevista dall'art.61 nr.11 ter ossia – come Lei mi insegna -per coloro che si trovino illegalmente nel territorio nazionale.
Lei ha sempre saggiamente insegnato che le riforme, sull'onda dell'emotività, non portano mai a nulla di buono perché non ponderate ab origine.
Eppure il nostro Legislatore, con l'iniziale maiuscola, sa o dovrebbe sapere che non si necessita di una rivoluzione copernicana per la nostra Giustizia, bensì di piccole ma incisive riforme che gioverebbero tout court al sistema.
Lei pensi solo alla frettolosità usata nell'aver eliminato il c.d. patteggiamento in appello che aveva, al contrario, una duplice funzione: deflattiva, giacché razionalizzava il sistema giudiziario spronando gli imputati ad optarvi, stante la riduzione certa della pena e, qualche volta, anche una riqualificazione dell'imputazione originaria; semplicemente “giusta” giacché in tal guisa si andavano a bilanciare gli interessi della Giustizia, della parte offesa e dell'imputato.
Sa che, come succede ai cantanti, ho bramato di esser io l'artefice di quella norma processuale/canzone? Ed invece cosa succede? Viene inspiegabilmente abrogata obbligando, come naturale conseguenza, tutti gli imputati condannati in primo grado ad appellare la sentenza e discutere i motivi presentati, stante il legittimo presupposto del divieto di reformatio in peius. Come si dice, tentar non nuoce.
Eppure, disquisendo sia con Avvocati che Magistrati della Pubblica Accusa che con Giudici, tutti hanno rimproverato il nostro Legislatore di tale opinabile scelta: sarebbe stato più logico, come extrema ratio, abrogare l'istituto del “patteggiamento” in primo grado e lasciarlo nel giudizio di appello. Queste scelte sono dei dogmi a cui affidarsi. Il mistero regna sovrano.
Certo che, come sicuramente anche Lei dal resto, non condivido le visioni “integraliste” di alcuni Magistrati che vorrebbero abolire in toto il giudizio di secondo grado: ma neppure mi associo al divieto per i Pubblici Ministeri di non poter loro appellare una sentenza di assoluzione. Vero è che, su questo punto, ci sarebbe da discutere in modo serio.
Caro Professore, ma si rende conto che come prima tangibile riforma per aumentare, senza spendere una lira od euro, il numero di Magistrati e di Cancellieri – perno questi tanto vituperato ma indispensabile per la giustizia, come sono i Marescialli per l'Arma –, basterebbe chiudere le piccole sedi distaccate dei Tribunali richiamando alla base, come si suole dire, tutto l'organico? Non è stato già fatto in parte con le Procure Militari? Cui prodest tutto ciò? Chi rema contro, Professore?
Se i Magistrati in primis, il Governo ed il Parlamento poi – con annesso Ordine degli Avvocati – non si arroccassero sulle loro posizioni, sarebbe più semplice migliorare le cose. Perché i nostri governanti non fanno un giro nei Tribunali e nelle carceri a chiedere di quali riforme si ha immediata necessità? Lei lo sa che c'è gente per bene che risponderebbe senza casacca, consapevole di cosa sia giusto e non!
 Quanto al popolo carcerario, nello specifico, ma lo sanno che certamente sono felici se si fa un'amnistia od un indulto – a cui io sono assolutamente contrario – ma desiderano soprattutto che il luogo dove stanno espiando la pena sia umano? Dico umano Professore, null'altro! Se vi sono nuovi detenuti o persone che commettono un reato bisogna semplicemente aprire nuove carceri. Punto e basta.
Ma ciò non vuol dire assolutamente lasciare che questa gente vi stagni all'interno: la funzione retributiva, ma soprattutto rieducativa che la nostra Costituzione già postulava, vuol significare che i detenuti internati – ma solo quelli condannati in via definitiva, tranne i pericolosi per la società! -debbono imparare un mestiere, studiare se lo desiderano, appassionarsi alle arti. Deve servire il carcere, a mio sommesso avviso, a ripulire prima l'anima e poi la coscienza.
In fondo è statisticamente appurato che negli istituti di pena ove vi è una attività continuativa il rischio di recidiva risulta bassissimo.
E poi, mi chiedo, ma come non concepire che non è necessario introdurre nuovi reati bensì depenalizzarli? Il Suo cavallo di battaglia, caro Professore, era farci sorridere a lezione richiamando quei reati che risultavano paradossali, in senso zenoniano, sotto un profilo squisitamente penale.
Od i Giudici, nell'attesa di questa chimera, applicare di più e meglio l'istituto del decreto penale di condanna! Ed ancora, esser meno reticenti nel concedere, quantomeno nella fase esecutiva, le misure alternative al carcere!
Caro professore, ha visto una recente puntata di approfondimento sullo stato degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari in Italia e di come – mi scusi ma non riesco proprio ad usare il verbo vivere – sopravvivono quelle povere persone malate, seppur “colpevoli”, all'interno? Ma la Storia nulla ci ha insegnato? E certamente non mi riferisco al Corpo di Polizia Penitenziaria che fa i miracoli!
E continuo nella mia invettiva, spero costruttiva: Professore – e qui so già la Sua risposta – ma Le sembra in caso di celebrare i processi negli studi televisivi?
Aberrazione su aberrazione sono poi quei Magistrati che commentano in questi programmi! Ma l'organo deputato al loro controllo non dovrebbe intervenire?
Siamo (quasi) allo sbando, caro Professore, anche se la Giustizia è fatta di persone per bene che continuano ad andare avanti senza piegarsi: Magistrati che fanno il loro difficile e stimabile lavoro subendo attacchi sovente immotivati e rischiando altresì la loro vita; Avvocati – con l'iniziale maiuscola come per i Magistrati -preparati che nobilitano l'arte della difesa, molto spesso troppo bistrattata; Cancellieri che si fanno in quattro con i pochi mezzi di cui dispongono e tutti gli operatori che ruotano attorno al sistema giustizia.
Non è vero che, come dicono alcuni politicanti, “bisognerebbe fare tutti un passo indietro”: al contrario dovremmo tutti fare un passo avanti per migliorare insieme il sistema. Per il bene di tutti. Per il bene della Giustizia.
Quando infatti i Latini indicavano: “Fiat Iustitia ne pereat mundus” avevano ragione, caro Professore, ma perché ciò avvenga dobbiamo trovare tutti insieme – anche noi professori, ossia la c.d. Dottrina -un punto di contatto per migliorare le cose, per tutelare le persone offese dal reato e bilanciare gli interessi legittimi di chi si trovi sotto processo od indagato, sottoposto o non ad una misura cautelare coercitiva, magari innocente.
La preparazione per chi opera nel campo del diritto deve essere ai massimi livelli riducendo ai minimi il margine di errore, così come deve accadere per i medici: anche in tal caso, si parla della vita delle persone e gli errori giudiziari non dovrebbero esistere.
Sarò un sognatore, come Lei paternamente mi definiva, ma questo è quello che penso.
Ed ora sono definitivamente a salutarLa, dopo tutto questo scriverLe come un fiume in piena, Caro mio Professore.
Con la stima di sempre.
Alessandro C. Carnelutti.
Milano, 30.02.2000
*Scritto finalista al concorso letterario internazionale promosso dalla Ass. Cult. Pragmata (nota: Conc. "Cara Italia - Epistolario alla Nazione" sul 150° Anniv. - www.pragmata.info) e patrocinato dal Cons. Reg. del Lazio.

1 commento:

  1. Avv. Tiberio Carcano25 gennaio 2012 17:45

    Sagge parole da parte di un grande scrittore ed eccelso giurista.

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